Projects:

Still 1944

La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio.”

The struggle of man against power is the struggle of memory against forgetting.

(Milan Kundera)

Cosa resta di un’ideologia quando il tempo smette di correre?

What remains of an ideology when time stops running?

“Still 1944” è un progetto fotografico di Mauro Scarfone dedicato a Sofia, capitale della Bulgaria, dove le tracce dell’architettura e della scultura monumentale dell’era socialista non sono state cancellate, ma assorbite nel tessuto quotidiano della città. Statue di eroi del popolo, palazzi del regime e piccoli commerci nati dentro i gusci di un’altra epoca convivono con i segnali di una modernità ancora incerta, in una serie che indaga il confine sfumato tra memoria e presente.

Still 1944

Cosa resta di un’ideologia quando il tempo smette di correre?

Camminando per Sofia, le tracce del regime non sono rovine, ma una presenza silenziosa che, in fondo, non se n’è mai andata.

Dal 1944 a oggi, parte dei giganti di cemento e dei monumenti titanici non sono stati abbattuti; sono stati semplicemente assorbiti, diventando la presenza muta della vita di ogni giorno.

In queste foto, il passato non è un ricordo lontano, ma un vicino di casa ingombrante che abita ancora le stesse stanze. Le auto d’epoca parcheggiate sotto i palazzi e le statue degli eroi del popolo non sono reperti, ma pezzi di un presente sospeso, dove il confine tra “ieri” e “oggi” si perde nel grigio uniforme delle facciate.

Quello che resta di quell’epoca, però, non è stato lasciato intatto: è stato colonizzato. Nei sottopassaggi un tempo pensati come arterie di una città modello, oggi si affollano chioschi di telefonia, sale scommesse, minuscoli empori — un capitalismo spicciolo che si è insediato dentro i gusci di un’altra ideologia, senza mai davvero sostituirli. È un’occupazione silenziosa quanto quella dei monumenti: la stessa architettura, riempita di un contenuto opposto.

E poco più in là, dietro le stesse facciate, crescono i vetri e l’acciaio della città nuova — i grattacieli che si affacciano oltre gli alberi spogli dei parchi innevati, come una promessa non ancora del tutto mantenuta.

Ma è forse il vuoto, più di ogni presenza, a raccontare questa città meglio di tutto: queste sono per lo più immagini disabitate, dove l’attesa di qualcuno che non arriva mai sostituisce lo sguardo che il passato dovrebbe restituire. Sono immagini di fondamenta troppo profonde per essere rimosse: il ritratto di un presente che cammina a un ritmo nuovo, ma è costretto a farlo dentro gusci di cemento che appartengono a un’altra epoca.

Still 1944

What remains of an ideology when time stops running?

Walking through Sofia, the traces of the regime are not ruins, but a silent presence that, in truth, never left.

From 1944 to today, many of the concrete giants and titanic monuments were never torn down; they were simply absorbed, becoming the mute presence of everyday life.

In these photographs, the past is not a distant memory, but a cumbersome neighbor still inhabiting the same rooms. The vintage cars parked beneath the buildings and the statues of the people’s heroes are not relics, but pieces of a suspended present, where the line between “yesterday” and “today” dissolves into the uniform grey of the façades.

What remains of that era, however, has not been left untouched: it has been colonized. In underpasses once conceived as arteries of a model city, phone kiosks, betting shops and tiny stores now crowd together — a small-scale capitalism that has settled inside the shells of another ideology, without ever truly replacing them. It is a silent occupation, no less than that of the monuments: the same architecture, filled with an opposite content.

And a little further on, behind the same façades, the glass and steel of the new city are rising — skyscrapers looking out beyond the bare trees of snow-covered parks, like a promise not yet fully kept.

But it is perhaps the emptiness, more than any presence, that tells this city’s story best: these are, for the most part, uninhabited images, where the waiting for someone who never arrives replaces the gaze the past is supposed to return. These are images of foundations too deep to be removed: the portrait of a present that walks to a new rhythm, yet is forced to do so within shells of concrete belonging to another age.