Projects:
Il perfetto è nemico del buono.
(Oscar Wilde)
The perfect is the enemy of the good.
(Oscar Wilde)
Fotografie del Belìce, Sicilia occidentale, raccontano il terremoto del 1968 e la ricostruzione di Gibellina, Poggioreale e Castelvetrano. Il progetto esplora il contrasto tra le opere artistiche, come il Cretto di Burri, e le tracce reali del terremoto, raccontando una ferita storica ancora visibile e il peso della memoria collettiva.
Belice l’Utopia del cemento
Per le nuove generazioni il nome ‘Belìce’ è probabilmente un’eco lontana, priva di importanza.
Ma per chi ha memoria, rievoca decenni di polemiche e una ferita mai rimarginata.
Nel gennaio del 1968, la Sicilia occidentale fu spezzata da un violento terremoto: 300 morti, migliaia di feriti e un intero popolo costretto a scegliere tra le baracche o l’immigrazione.
La ricostruzione che seguì scelse la strada dell’artificio: nacquero la nuova Gibellina, il nuovo Poggioreale, la nuova Castelvetrano, spostate dai loro siti originari come pedine su una scacchiera.
Grandi artisti furono poi chiamati a medicare quel dolore con la bellezza, culminando nel Cretto di Burri, un sudario bianco sulle rovine di Gibellina.
Ho visitato questi luoghi per fotografare ciò che resta. Ma davanti a quelle opere, non ho provato un senso di rivalsa o di bellezza.
In questo confronto visivo ,non ho visto un’opportunità di riscatto, ma forse il peso di un’utopia.
Le tracce del terremoto sono ancora lì, evidenti nelle rovine, e sembrano urlare che l’arte, da sola, non può ricostruire un’anima portata via.
The Belice Utopia
For the younger generations, the name ‘Belìce’ is likely a distant, meaningless echo.
But for those who remember, it evokes decades of controversy and a wound that has never healed.
In January 1968, western Sicily was shattered by a violent earthquake: 300 dead, thousands injured, and an entire population forced to choose between shantytowns or immigration.
The reconstruction that followed chose the path of artifice: the new Gibellina, the new Poggioreale, the new Castelvetrano were born, moved from their original sites like pawns on a chessboard.
Great artists were then called upon to heal that pain with beauty, culminating in Burri’s Cretto, a white shroud on the ruins of Gibellina.
I visited these places to photograph what remains. But in front of those works, I felt no sense of revenge or beauty.
In this visual comparison, I didn’t see an opportunity for redemption, but perhaps the weight of a utopia.
The traces of the earthquake are still there, evident in the ruins, and they seem to scream that art alone cannot rebuild a soul taken away.